Sua Beatitudine Sviatoslav: «Pregare insieme significa trovare uno spazio che cura le ferite». Intervista ai media vaticani
Nel corso dell’incontro a Kyiv con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, inviato speciale di Papa Leone XIV, il Capo e Padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav, ha sottolineato il valore della preghiera comune nel tempo della guerra e ha richiamato l’importanza del perdono e della riconciliazione come via per guarire le ferite della storia e costruire un futuro di pace.
È anche nel «contesto della guerra che scopriamo la forza della preghiera». Oggi c’è più che mai bisogno di «perdono, concesso e ricevuto, per sanare la memoria storica dei popoli europei». I media vaticani raccolgono le parole del Capo e Padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav, a margine del suo incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, al secondo giorno di missione in Ucraina, e con il nunzio apostolico nel Paese, Visvaldas Kulbokas. L’inviato speciale di Papa Leone XIV per le celebrazioni del 35 ° anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica di rito latino, che si terranno domenica al Santuario del Monte Carmelo a Berdychiv, è giunto nella serata di venerdì a Kyiv, dopo una sosta alla chiesa di San Giovanni Paolo II a Rivne, a metà strada tra Leopoli e la capitale.
Sua Beatitudine, quanto è importante in questo momento la preghiera insieme e la vicinanza del Santo Padre attraverso i suoi rappresentanti qui, l’arcivescovo Gallagher come inviato speciale per le celebrazioni al Santuario di Berdychiv, e pochi giorni fa il cardinale Zuppi?
Nei contesti di guerra riscopriamo il senso e la forza della preghiera. Pregare insieme vuol dire trovare uno spazio che cura le ferite: la preghiera è un balsamo, la grazia sanante dello Spirito Santo, che permea il cuore di una persona sofferente. Pregare insieme vuol dire condividere dei doni. Gesù stesso ha detto: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì fra di loro». Ma pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare nel seno della Chiesa universale, è pregare con il Santo Padre stesso. È sentirsi di essere accarezzati dal padre. Perciò la presenza del cardinale Zuppi e dell’arcivescovo Gallagher per noi è un segno visibile della Chiesa universale e cattolica che ci abbraccia e prega per noi».
Nel contesto della guerra in Ucraina, com’è la collaborazione tra le diverse comunità cattoliche in favore della popolazione sofferente?
In Ucraina abbiamo le stesse tragedie, le stesse sfide, pastorali e umanitarie, non solo fra i cattolici, ma anche con i fratelli ortodossi, con i protestanti, con gli ebrei e i musulmani, che fanno parte del Consiglio panucraino delle Chiese che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni delle sue attività. Collaborare insieme vuol dire letteralmente salvare le vite, e talvolta la carità cristiana veramente oltrepassa i limiti confessionali o rituali. Sappiamo testimoniare insieme, cattolici del rito bizantino e del rito latino — come diceva Giovanni Paolo II — l’autenticità dell’amore cattolico, che abbraccia, sana, salva, serve a tutti.
Quali sono le principali necessità per la popolazione in un momento in cui i bombardamenti e la guerra si stanno intensificando?
Le necessità sono tante. Secondo le cifre che danno gli uffici delle Nazioni Unite, oggi in Ucraina ci sono 5 milioni di persone che sperimentano una emergenza umanitaria, e solo 2 milioni possono essere assistiti con le risorse che vengono concesse da queste strutture internazionali. Ma come mi ha detto una volta il sindaco della città di Kyiv, dalla Chiesa, più dei vestiti, del pane e degli alimenti, noi abbiamo bisogno della parola della speranza. Allora, questo momento di grande sofferenza per milioni di ucraini è un momento di nuova evangelizzazione, è il momento, il kairos di una grande conversione: è fame e sete per Dio. Soltanto la Chiesa di Cristo è capace di sanare queste ferite e rispondere, dare il pane della vita, l’eucarestia, la parola di Dio a quelli che sono affamati e assetati di Dio.
Nell’incontro con l’arcivescovo Gallagher avete toccato il tema della riconciliazione e del perdono. Come si fa a farsi portatori e promotori di questi due grandi doni in una situazione così difficile a livello internazionale?
In questi mesi in Ucraina stiamo commemorando il 25 ° anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II. Egli, come parte integrante del suo ministero petrino per l’Europa, vedeva di essere al servizio della riconciliazione fra i popoli del continente. E lui stesso diceva che suo dovere era quello di sanare la memoria storica dei popoli europei, soprattutto quando si tratta delle ferite che ancora oggi sono molto profonde nei nostri cuori, dopo la seconda guerra mondiale. A queste ferite antiche, si aggiungono ora quelle di questa guerra blasfema che viviamo in Ucraina. Ma qual è la medicina che ci ha donato Papa Wojtyla? Lui ci ha detto che questo balsamo per sanare la memoria è il perdono, concesso e ricevuto. Tutti siamo peccatori, tutti siamo coscienti che abbiamo offeso il nostro vicino: sempre i popoli confinanti hanno una memoria negativa talvolta del passato doloroso. Ma non dobbiamo essere schiavi di questo. È un passato che non possiamo rifare di nuovo. Ma possiamo, attraverso il perdono, costruire un futuro migliore. Perciò il dono del perdono, concesso e ricevuto, è la medicina che sana la memoria storica dei popoli europei.
Segretariato dell’Arcivescovo Maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina (Roma)Fonte — Vatican News



