Sua Beatitudine Sviatoslav: 15 anni alla guida della Chiesa greco-cattolica ucraina
Il 27 marzo 2011 la Chiesa greco-cattolica ucraina ha accolto il suo nuovo Capo e Padre della Chiesa — in questa data, nella Cattedrale patriarcale a Kyiv, si è svolta l’intronizzazione di Sua Beatitudine Sviatoslav, divenuto uno dei più giovani capi della Chiesa tra le Chiese Cattoliche Orientali.
Nel corso di questi anni di servizio, si sono susseguiti diversi eventi che hanno già segnato la storia dell’Ucraina e del mondo: l’ascesa dello spirito umano — la Rivoluzione della Dignità, le grandi tragedie — l’invasione russa nel 2014 e la guerra su vasta scala in corso oggi. In tutto questo tempo, la Chiesa — come una madre — è rimasta e rimane tutt’oggi accanto al suo popolo, rafforzando il suo spirito con la cura pastorale e sostenendolo nella vita sociale. Essa è la voce del popolo — del suo dolore e della sua speranza — sia in Ucraina che lontano dai confini nazionali.
Inizio del cammino
— Sua Beatitudine, torniamo al momento della Sua intronizzazione, 15 anni fa. Ripensando a quell’istante, cosa direbbe oggi al giovane Sviatoslav, che si apprestava a iniziare il suo ministero pastorale?
— Probabilmente gli direi soltanto: «Non avere paura!». Allora, in effetti, c’era un senso di timore — o meglio, di trepidazione — perché metti a confronto le sfide che ti attendono con i tuoi limiti, e senti di non esserne all’altezza. Tuttavia, tutto ciò che avevo vissuto e appreso fino a quel momento mi diceva: «Il Signore Dio sarà con te».
Ben presto questa certezza fu rafforzata dal mio formatore, il rettore del seminario, S. E. Julian Voronovskyy, di beata memoria. Quando i vescovi si stavano vestendo e si preparavano alla processione per l’intronizzazione, egli si avvicinò a me, mi abbracciò e disse: «Figliolo, non avere paura — andrà tutto bene!».
Probabilmente, direi le stesse parole a quel Sviatoslav di allora. Perché il Signore Dio ha manifestato la Sua presenza e la Sua azione onnipotente in ogni evento che ho vissuto insieme al mio popolo durante tutti questi anni.
— All’inizio del suo servizio come Capo e Padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, aveva già una visione precisa della missione della Chiesa, della sua direzione e del suo sviluppo?
— Sa, all’inizio questa era per me una domanda molto difficile: quale sarebbe stato il mio programma? In realtà non ne avevo uno, perché non mi ero preparato a un cambiamento così grande nella mia vita. Per questo rispondevo semplicemente: «Il mio unico programma è credere in Dio». Credere, crescere in quella fede e insegnare anche agli altri a credere in Dio.
La storia ha dimostrato che questa fiducia in Dio è stata davvero il miglior programma possibile. Non sapevamo cosa ci avrebbe riservato il futuro e, in quelle circostanze drammatiche, era fondamentale trovare la strada giusta. Proprio la fede in Dio è stata la nostra bussola: ci ha mostrato come arrivare sempre nel posto giusto, al momento giusto.
La Chiesa in Maydan
— Durante la Rivoluzione della dignità, la Chiesa è rimasta sempre accanto al suo popolo. I teologi definiscono questo fenomeno «Chiesa senza mura». La formazione della coscienza civica e di questa evidente spiritualità sulle Piazze ucraine era inscindibile tra loro?
— Penso che la Rivoluzione della Dignità non tanto abbia formato, quanto piuttosto rivelato la coscienza civica del popolo ucraino. È stata un’esplosione della società civile.
Fin dall’inizio dell’indipendenza dell’Ucraina, la nostra Chiesa si è posta come motore della trasformazione di una società post-sovietica in una società libera e democratica. Ha educato i cittadini a essere responsabili del destino del proprio Paese.
Durante il Maydan sono nati nuovi legami fra la Chiesa e la società. La Chiesa ha sempre avuto come interlocutore principale il popolo, non il governo — ed è proprio la società che essa educava. E in quel tempo la società ha aperto le porte alla Chiesa, invitandola a uscire dai propri confini e a entrare pienamente nella vita della società.
Molte persone raccontavano che, vedendo i sacerdoti accanto al popolo, hanno compreso il vero senso dell’esistenza della Chiesa. È stato davvero un momento storico, quando la Chiesa si è mostrata come madre del suo popolo — colei che lo protegge, lo abbraccia e gli dona la propria voce.
La Chiesa durante il Covid
— Durante l’epidemia di Covid, la Chiesa si è trovata ad affrontare nuove sfide che richiedevano decisioni flessibili e ponderate. Le decisioni della Chiesa greco-cattolica ucraina erano flessibili e piuttosto insolite, come ad esempio l’apertura dei centri di vaccinazione all’interno delle chiese…
— Durante la pandemia, tutte le Chiese e persino le diverse religioni si sono confrontate con una nuova sfida: come vivere la nostra fede, mantenendone il contenuto essenziale, ma in circostanze che imponevano un cambiamento nelle forme? Noi sapevamo bene che cosa dovessimo custodire a ogni costo e che cosa, invece, poteva essere adattato. Nel dialogo tra le varie Chiese abbiamo trovato una via di mezzo intelligente e condivisa.
Dicevamo: rispettiamo le regole della quarantena non perché siamo costretti, ma perché è la cosa giusta da fare. Abbiamo avuto fiducia nei medici e ci siamo impegnati affinché le nostre chiese diventassero luoghi sicuri.
L’aspetto più importante è che la nostra Chiesa ha imparato ad accompagnare i fedeli anche nelle condizioni di isolamento. Abbiamo scoperto quanto è profondo il bisogno della Parola di Dio. In quelle condizioni lo spazio virtuale è diventato uno spazio reale, e molte di quelle pratiche di preghiera comune continuano ancora oggi.
La Chiesa durante la guerra
— Quando è iniziata l’invasione su vasta scala, Lei, nonostante il pericolo, è rimasto a Kyiv. Anzi, ha fatto di più: ha cominciato a pubblicare messaggi quotidiani registrati nella capitale. Come è nata questa idea?
— Erano circostanze drammatiche… Sapevo che il posto giusto dove essere era proprio lì dove il Signore Dio mi aveva chiamato a essere vescovo: non abbandonare il mio gregge, ma restare insieme a lui.
Non avevo inizialmente intenzione di registrare messaggi quotidiani. È accaduto spontaneamente. Il primo messaggio è nato dal fatto che tutti ci chiedevano: «Siete vivi?». Allora abbiamo deciso di mostrare che lo eravamo.
In seguito, ho sperimentato la forza della parola: quando quei messaggi sono diventati quotidiani, ho capito che il fatto stesso di parlare da Kyiv al mondo, testimoniando che siamo vivi e che Kyiv resiste, era una parola molto forte — era una parola di speranza.
Più tardi è sorta una domanda: conviene continuare questi videomessaggi? E a tale domanda ho ricevuto una risposta da una signora anziana di Zhytomyr: «Non importa cosa diciate. L’importante è che parliate con noi».
Nelle circostanze dolorose in cui oggi vive il nostro popolo, la voce della Chiesa è la voce di una madre amorevole che parla ai suoi figli. Sentendo tale voce, il popolo ha l’opportunità di ritrovare le forze, il senso, la luce della speranza, e resistere in condizioni estremamente difficili.
— In che modo la guerra su vasta scala ha cambiato il volto della Chiesa greco-cattolica ucraina? E com’è il volto al quinto anno di guerra?
— È il volto di una madre. Nelle condizioni drammatiche dell’inizio della guerra, alla domanda «cosa fare?», rispondevamo tutti in modo identico: salvare vite umane.
La nostra Cattedrale patriarcale a Kyiv è diventata un rifugio, una vera e propria «arca di Noè». Le persone arrivavano con i bambini, con i loro animali domestici. La Chiesa, in quelle circostanze straordinarie, è diventata lo spazio, quella vera «arca», che salva vite umane.
Dunque, in questo senso la Chiesa non si limita alla cura spirituale, ma salva realmente delle vite. Non parliamo soltanto dell’amore per il prossimo: lo viviamo e lo testimoniamo realmente.
— Qual è stata la decisione più difficile che ha dovuto prendere come Capo della Chiesa durante la guerra?
— Probabilmente, sia per me personalmente sia per la maggior parte dei nostri vescovi e del nostro clero, è stata la risposta alla domanda che si poneva nei primi mesi della guerra: cosa fare? Restare qui o abbandonare la propria parrocchia, la propria città?
Ricordo che, all’inizio del conflitto, numerosi consiglieri insistevano perché lasciassi Kyiv. Comprendendo pienamente le sfide e i rischi, ma andando contro molti pareri, ho deciso di restare a Kyiv. Determinanti per me sono state le parole di Gesù Cristo sul buon pastore, che non abbandona le sue pecore quando vede il lupo, ma si prende cura di loro, anzi le protegge di più. Così pensano, in effetti, tutti i nostri sacerdoti e vescovi.
La Chiesa nel mondo
— Seguendo le notizie, colpisce quanto Lei viaggi per il mondo e quanti siano gli incontri con rappresentanti delle Chiese, diplomatici, politici e ovviamente con i fedeli, sparsi su sei continenti. Come avvengono questi incontri e quando ha capito che, al Suo ruolo di pastore, si è aggiunta anche una funzione di diplomatico?
— Viaggio continuamente perché la nostra Chiesa è globale, e come Capo e Padre della Chiesa greco‑cattolica sono responsabile dell’intera comunità cristiana mondiale, in particolare della nostra gente, sparsa in tutto il mondo. Per questo il Capo della nostra Chiesa deve saper parlare lingue diverse, ascoltare persone diverse, essere sensibile a culture, mentalità e modi di pensare differenti, perché proprio da qui nasce e si rafforza quell’unità.
Oggi la voce della nostra Chiesa è importante non solo per il pubblico interno, per quanti si riconoscono come fedeli della Chiesa greco‑cattolica ucraina, ma anche sul piano ecumenico. La voce della nostra Chiesa è fondamentale nel dialogo con la Santa Sede, con Sua Santità. La nostra voce è molto importante nel confronto con la comunità internazionale. La nostra voce viene ricercata e ascoltata proprio perché è la voce del nostro popolo, la voce della società civile. Perché la voce della Chiesa è la voce della verità, e questo oggi si sente molto chiaramente.
— I Suoi incontri diplomatici vengono in qualche modo concordati con le strutture competenti del governo, affinché le voci della Chiesa e quella dello Stato, sul piano internazionale, risuonino all’unisono?
— Rispondo subito che la nostra voce non è sotto il controllo del governo, e su questo è sempre molto importante insistere. Diciamo sempre di essere espressione della società civile e di parlare a nome dei nostri fedeli.
Tuttavia, quando si tratta di una consapevolezza comune dei nostri interessi nazionali, in particolare in tempo di guerra, allora la nostra voce è in sintonia, direi quasi all’unisono, con quella delle autorità statali e della diplomazia ucraina. Noi, come Chiesa, possiamo esprimere certi contenuti in modo leggermente diverso, ma trasmettiamo sostanzialmente lo stesso messaggio dello Stato. In alcuni casi ci completiamo a vicenda, in altre ci viene chiesto qualcosa per capire se il nostro governo dice la verità.
Santa Sede e tre Papi
— In 15 anni di servizio come Capo e Padre della Chiesa greco-cattolica ucraina si sono succeduti tre Papi, con ciascuno dei quali la legano momenti particolari: Papa Benedetto XVI ha confermato la Sua elezione al Capo e Padre della Chiesa, con Papa Francesco ha condiviso il servizio in Argentina e ora abbiamo Papa Leone XIV. Con quali figure dell’Antico e del Nuovo Testamento potrebbe paragonare ciascuno di loro?
— Ricordo con grande affetto Papa Benedetto. È stato il Papa che, quindici anni fa, ha confermato la scelta del nostro Sinodo. Ricordo il momento in cui, dopo il Sinodo, per la prima volta come Capo della Chiesa sono arrivato a Roma. Insieme ai vescovi del Sinodo Permanente eravamo in piazza San Pietro in occasione dell’udienza generale, e il Santo Padre Benedetto mi ha salutato pubblicamente come Capo della Chiesa, e lo ha fatto in lingua ucraina.
Sono stato uno degli ultimi che il Papa emerito ha ricevuto prima della sua morte. Allora mi disse che non avrebbe potuto fare più molto, ma aggiunse «Farò tutto ciò che posso per voi: pregherò per voi». Sono certo che stia pregando.
Quando è scoppiata la guerra su vasta scala, Papa Benedetto ha donato, tramite me, un contributo personale per aiutare l’Ucraina. Per me, quindi, la sua figura, specialmente in quegli ultimi anni di vita, è paragonabile a quella di Mosè che prega sul monte per il suo popolo.
Papa Francesco aveva un carattere completamente diverso. Forse ricorda Giosuè. Cercava nuovi modi per ravvivare la Chiesa, per riportarla nella società. Molto audace, capace di gesti fuori dal comune. Non tanto un maestro della parola, quanto un maestro dei gesti.
Mi è rimasto particolarmente impresso il suo incontro online con i giovani ucraini, quando ha detto: «Siate patrioti: non potete non amare e non difendere la vostra Patria».
Papa Leone è una personalità diversa. A un certo punto ho avuto la sensazione che avessimo qualcosa in comune: egli è introverso, come lo sono anch’io. Lui ascolta attentamente, come faccio io. Abbiamo una buona intesa. Vedo che questo Papa sosterrà l’Ucraina e il nostro popolo in modo molto ponderato, discreto, ma deciso.
Essere umano
— Una domanda personale, se mi permette. Ricordo almeno due momenti in cui non solo la Sua anima, ma anche il Suo corpo hanno pianto: a Bucha, davanti alle fosse comuni subito dopo la liberazione, e a Ternopil, vicino alla casa colpita da un missile russo. Si concede spesso di manifestare pubblicamente emozioni così umane?
— Sa, in questo caso seguo in qualche modo il consiglio di mio nonno, che diceva: «Non vergognarti mai di essere umano». Questo mi aiuta. Perché a volte, rispondendo a richieste e sfide esterne, vorremmo mostrarci sempre forti, ma in realtà tutti noi, a volte, siamo persone fragili, e non c’è da vergognarsene. In questi momenti di dolore condiviso, non dobbiamo vergognarci delle nostre lacrime, se si tratta di emozioni di sincera compassione e empatia.
Quando capisci quanto soffrano quel padre e quella madre, ai quali un missile russo ha ucciso il figlio diciassettenne, è difficile trattenersi, e forse non è nemmeno necessario. Perché in momenti come questi le parole tacciono. Non occorre dire troppo. Bisogna condividere il loro dolore, piangere insieme a loro.
— I suoi genitori sono ormai tra le braccia del Signore. Quali insegnamenti le hanno trasmesso nella vita?
— Il Signore mi ha donato dei genitori straordinari. Avevano caratteri molto diversi, ma ognuno di loro ha lasciato in me una parte del proprio cuore. Mia madre era un’insegnante di musica. Ed ecco una sua frase che risuona nella mia mente: «Hai già fatto tutti i compiti?». Forse quei consigli di mia madre vivono ancora oggi dentro di me e mi dicono: non presentarti mai davanti alla gente — che sia un incontro, una conferenza o persino un’intervista — senza essere preparato. Per questo, forse, quella frase: «Hai studiato? Sei pronto?» — risuona ancora oggi dentro di me come la voce della mia coscienza.
Mio padre, invece, era un maestro nelle relazioni. Mi ha insegnato a essere padre, ad amare le persone, a non avere paura, ad andare loro incontro, a costruire relazioni. Anche se diceva: la sincerità verso gli altri ti espone, ti rende vulnerabile. Potrebbero ingannarti, deriderti o sfruttarti, ma non averne paura.
Intervista: Anastasia VykhorSegretariato dell’Arcivescovo Maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina (Roma)



