Omelia di Sua Beatitudine Sviatoslav nella XII domenica dopo la Pentecoste
«Solo Dio è buono» (cfr. Mt 19, 17)
Eccellenze Reverendissime!
Reverendo padre!
Reverende Sorelle!
Questa Liturgia è un segno straordinariamente forte dell’unità della Chiesa.
Oggi qui a Kyiv, nella nostra casa, siamo onorati dalla presenza di due metropoliti: il Metropolita Filippo, che rappresenta una Chiesa sui iuris, la Chiesa greco-cattolica ungherese, che desideriamo ringraziare per la collaborazione offerta soprattutto in questi ultimi anni, per il bene dei nostri rifugiati ucraini in Ungheria. Inoltre, è presente qui anche il nostro Metropolita di Philadelphia, giunto da oltre oceano, S. E. Borys, che guida la Chiesa greco-cattolica ucraina negli Stati Uniti d’America. Anche la presenza del vescovo Abel per noi è una grazia.
Questa notte Kyiv ha dormito in pace. Come dice il proverbio ucraino, è proprio la presenza degli ospiti a portare Dio nella casa. Siamo onorati della vostra presenza e vi ringraziamo per questa preghiera e per l’Eucaristia che celebriamo insieme.
La Parola di Dio che il Signore ci rivolge oggi ci tocca profondamente, risuona con chiarezza e, come sempre, ci illumina. Il giovane ricco si avvicina a Gesù e gli chiede: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?»(Mc. 10, 17; Lc. 18, 18). Il Signore gli risponde: ”Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio” (Mc. 10, 18; Lc. 18, 19). Poi richiama la sua attenzione sulla legge del Signore; una legge che esplicita il bene e lo propone per l’agire quotidiano.
Qui possiamo immediatamente notare che il giovane chiede che cosa sia il bene, mentre Gesù risponde chi è il bene. Per il popolo di Dio, come anche per la Sacra Scrittura, il bene ha una dimensione personale. Il Signore, Creatore e Salvatore è quel Bene ed è la fonte di ogni bene.
Tuttavia, siamo chiamati a fare una scelta personale. Ognuno, nella propria vita, soprattutto quando è ancora giovane, deve compiere una scelta fondamentale e personale; una scelta che talvolta può determinare tutta la sua vita, sia in questo mondo sia, soprattutto, dopo la morte, nella vita eterna. Perciò la domanda di questo giovane è una domanda fondamentale, è la domanda di chi cerca di compiere la propria scelta.
Gesù Cristo gli ricorda la legge, perché la legge di Dio è un aiuto che propone come compiere la scelta giusta. Chi sceglie ciò che il Signore chiede, la sua scelta sarà sempre giusta.
Tuttavia, alla fine, parlando della perfezione umana e cristiana, Gesù gli dice che non è sufficiente dare quello che hai, ma occorre dare chi sei: ovvero l’autodono, il dono di se stessi. Questo ci permette di sperimentare non solo la giustezza della scelta, ma anche la gioia della libertà. Solo il dono di sé, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, può donare la gioia e la vita eterna in Gesù Cristo.
È interessante notare come Giovanni Paolo II, meditando proprio su questo dialogo tra Gesù e il giovane ricco, abbia scritto la famosa enciclica Veritatis splendor, che ancora oggi rappresenta una bussola per un mondo disorientato, un mondo che vive nella «dittatura del relativismo». Giovanni Paolo II ci ha ricordato che esistono decisioni e azioni umaneche sono intrinsecamente cattive o intrinsecamente buone. Scegliere il bene vuol dire dare senso e contenuto alla propria libertà. E neanche le circostanze esterne possono cambiare il significato, il valore morale della scelta della persona. E noi sperimentiamo la libertà proprio quando facciamo la scelta giusta.
La spiritualità orientale, e in particolare il celebre Massimo il Confessore, ci insegna che il libero arbitrio è solo la potenzialità di essere liberi. Scegliere tra il bene e il male non è ancora la libertà. Si diventa liberi quando si sceglie il bene. E non soltanto quando si sceglie ciò che è bene come una cosa, come una scelta dell’oggetto personale, ma nel modo più alto si è liberi quando si sceglie Dio, come bene ultimo ed eterno.
Perciò siamo chiamati, come cristiani, non solo a fare le scelte giuste nelle nostre vite, ma a scegliere il Signore come il bene supremo, seguire Cristo come suoi discepoli e vivere nell’amore verso Dio e verso il prossimo.
Riflettere sulla scelta giusta e sulla scelta del bene, nel contesto delle celebrazioni del trentacinquesimo anniversario del ripristino dell’indipendenza dell’Ucraina assume un significato particolare. Trentacinque anni fa il popolo ucraino ha fatto la sua scelta. Il 24 agosto 1991 il Parlamento ucraino ha fatto la sua scelta e ha votato l’Atto di proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina. Poi, il 1 ° dicembre 1991 il referendum nazionale ha confermato questa scelta, e oltre il 90 % dei cittadini ucraini ha scelto l’Ucraina libera e indipendente. Ed era la scelta di coloro che vivevano in Crimea, nel Donbas e in quelle regioni che oggi sono temporaneamente occupate. Era la scelta del futuro, del bene, della libertà del popolo ucraino.
È interessante che le parole di Papa Giovanni Paolo II si verifichino nella storia del popolo ucraino: ci sono atti intrinsecamente buoni, il cui valore morale non può essere modificato dalle circostanze esterne. Passano gli anni, ma noi celebriamo questa buona scelta del popolo ucraino, la confermiamo e la riaffermiamo continuamente, facendola nostra personalmente.
Questa scelta acquista un significato eterno quando comprendiamo che la libertà è al tempo stesso un dono e una chiamata di Dio ad amare il proprio popolo e la propria Patria. Forse qualcuno vorrebbe giustificare altre decisioni appellandosi alle circostanze esterne. Alcuni giustificano, anche «santificano» la guerra come uno strumento per imporre al popolo ucraino un’altra scelta, una scelta estranea alla sua volontà.
Ma noi oggi siamo chiamati qui a Kyiv, in Ucraina, in Europa, in Ungheria, negli Stati Uniti a fare la nostra scelta personale, una scelta giusta, ricordando che la libertà non è mai scontata. La libertà è un dono di Dio e talvolta deve essere difesa a costo della propria vita.
Perciò, festeggiando questo dono della libertà, seppur nel contesto della guerra, non siamo tristi. Perché scegliere il bene dona la gioia. Persino i nostri ragazzi e le nostre ragazze che sono passati attraverso l’inferno della prigionia militare russa testimoniano che là, nella prigionia russa, anche con le mani legate, erano più liberi di quelli che li torturavano. Perché erano profondamente consapevoli che avevano fatto la scelta giusta di difendere la libertà e la vita della propria Patria. E quelli erano prigionieri delle proprie paure, avevano paura dei loro comandanti, sapendo che, se non avessero eseguito ciecamente gli ordini, si sarebbero ritrovati al posto di quegli stessi prigionieri di guerra ucraini. È la paura che comandava in questo spazio dove non c’è la libertà.
Preghiamo il Signore affinché ci renda capaci di scegliere il bene, in particolare quel bene della pace per il quale preghiamo anche in questa Liturgia. Perché la pace è la pienezza della vita. Come ha detto Papa Leone XIV, la pace di Cristo è disarmata e disarmante. È una pace che non toglie la vita, ma la dona. Quella pace è qualcosa di ben diverso dal silenzio dei cimiteri. È una pace che dona la gioia e la vita eterna a chi ha deciso di seguire Cristo.
E chiediamo che il Signore della pace, per mezzo delle preghiere della Madre di Dio, la Vergine Maria, possa regnare nelle nostre famiglie, nei nostri cuori, nelle nostre società, nel mondo intero. Amen.
† SVIATOSLAV
Foto d’archivio


