«Alle 11 funerale di un soldato, alle 12 un battesimo». Come vive la Chiesa di Guarnigione a Leopoli durante la guerra: il racconto del cappellano Andriy Kobylyuch
Da quasi quattro secoli, nel centro di Leopoli, la Chiesa di Guarnigione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo è testimone dei cambiamenti di epoche, imperi e stati. Quest’ultima era una chiesa di guarnigione già ai tempi dell’Impero austro-ungarico e polacco, è sopravvissuta alla chiusura e alla rinascita. Tuttavia, ciò di cui è testimone oggi non è paragonabile né agli anni passati né, probabilmente, all’esperienza di nessun’altra chiesa in Ucraina.
Nella Chiesa di Guarnigione si intrecciano ogni giorno dolore e speranza: qui si dà l’ultimo saluto ai soldati caduti, si battezzano i neonati, si celebrano matrimoni di coppie militari e si prega con le famiglie dei defunti. Qui si percepisce fortemente il prezzo della libertà e, allo stesso tempo, la nascita di una nuova vita.
A raccontare il ministero pastorale durante l’invasione su vasta scala, funerali quotidiani e momenti in cui accanto alla morte nasce una nuova vita, è il cappellano della Chiesa di Guarnigione Rev. Don Andriy Kobylyuch.

— La parola «guarnigione» deriva dal termine francese «garnir», che significa «armare, equipaggiare». Ma con cosa vengono «armati» i militari nella Chiesa di Guarnigione?
— Con la preghiera. Ma non solo.
Dall’inizio della guerra su vasta scala, la Chiesa di Guarnigione aiuta i militari anche con cose molto concrete. Si tratta di automobili, pickup, microbus, ambulanze. Ad oggi, dalla chiesa sono stati inviati al fronte per i nostri soldati oltre 100 veicoli.
All’inizio della guerra c’erano diverse richieste: da giubbotti antiproiettile ed elmetti a kit di pronto soccorso, motoseghe, prodotti di prima necessità.

— In cosa consiste la principale differenza della Chiesa di Guarnigione da una parrocchia ordinaria?
— Una parrocchia ordinaria unisce i fedeli di un determinato territorio — persone che vivono vicine e formano una comunità intorno alla chiesa. Una Chiesa di Guarnigione, al contrario, ha una missione particolare — essere una casa spirituale per i militari, i veterani, le loro famiglie e le famiglie dei caduti.
È una chiesa che vive al ritmo dell’esercito e della guerra.
Qui, quasi ogni giorno si svolgono funerali dei soldati, ultimi saluti, panachide (le preghiere per i defunti), incontri con le famiglie dei caduti. I sacerdoti non solo celebrano le Liturgie, ma accompagnano le famiglie nei momenti più difficili — nei primi giorni della perdita, al 9 ° e al 40 ° giorno, all’anniversario della morte. Incontrano i militari nei poligoni e nelle zone di combattimento, lavorano con i giovani nelle accademie militari.

Nella chiesa è attivo «Lo spazio dei coraggiosi» per i figli dei militari — uno spazio dove possono studiare, creare, passare del tempo insieme. Questo è un altro modo per sostenere le famiglie dei militari e creare per i bambini uno ambiente sicuro e ricco di vita presso la Chiesa.
Pertanto, se una parrocchia ordinaria è una comunità territoriale, allora la Chiesa di Guarnigione è una comunità di persone ferite dalla guerra, per le quali la Chiesa diventa uno spazio di sostegno, speranza, memoria e rinnovamento.
— Quando si varca la soglia della chiesa, agli occhi risaltano immediatamente centinaia di fotografie di militari, bandiere, schegge di munizioni. Come è iniziato tutto?
— La prima fotografia di un soldato caduto in guerra è stata appesa sul pannello dall’attuale vescovo Stepan Sus. Nel 2014 è morto un ex allievo dell’Accademia Militare di Leopoli, con cui era amico. Allora ha fissato questa prima foto — ed è da lì che ebbe tutto inizio.
Ben presto le fotografie sono diventate sempre di più. Dall’inizio della guerra su vasta scala sono diventate all’incirca diverse migliaia. Le portano genitori, mogli, figli, amici e commilitoni.

Riguardo alle schegge e munizioni — tutto è iniziato con una croce di betulla, che oggi è custodita nella chiesa. È stata eretta in uno dei paesi nella regione di Luhansk. Accanto alla croce c’era una piccola cappella e un accampamento militare. A seguito di un’intenso bombardamento di artiglieria, tutto intorno è stato distrutto e incendiato — solamente la croce è rimasta in piedi. I militari allora hanno deciso di trasportare la croce a Leopoli.
Per molti, la croce è diventata un segno di speranza che in questa lotta non siamo soli.

— In quali circostanze Vi ha colto l’invasione su vasta scala della Russia?
— Alle cinque del mattino mi ha svegliato mia moglie con queste parole: «Svegliati, è iniziata la guerra». Lei non aveva dormito, ha seguito le notizie per tutta la notte.
A Leopoli è risuonato il primo allarme aereo. Subito dopo l’allarme, il parroco della Chiesa di Guarnigione Don Taras Myhalchuk ha scritto ai cappellani: «Cari fratelli, la guerra è iniziata. Dobbiamo essere pronti ad affrontare tutte le sfide».
Ci siamo riuniti velocemente in chiesa. La celebrazione del mattino si è svolta da programma — nulla è stato cancellato.
Quel giorno, la chiesa è diventata il centro di preghiera e aiuto. Le persone portavano in gran quantità medicine, cibo, abiti caldi, powerbank, sacchi a pelo, offrivano il proprio aiuto.
Arrivavano anche militari che non avevano nulla con sé. Ciò che portava la gente, i volontari lo prendevano e partivano per la guerra.

— Nella chiesa quasi ogni giorno si svolgono diverse funzioni funebri dei militari caduti. Il funerale si tiene stabilito alle 11. Cosa significa per Voi questa ora di commemorazione?
Ogni giorno il nostro parroco invia ai cappellani informazioni sui funerali. Ma la più grande gioia per tutti è quando scrive: «Fratelli, domani non ci sono funerali».
Questo è davvero una grande consolazione — sapere che il giorno dopo non ci saranno funerali. Anche se questo non significa che quel giorno non ci siano funerali in altre città o paesi, o che da qualche parte in Ucraina non si congedi un’Eroe caduto.
Il funerale che ogni giorno si celebra alle 11 ci ricorda che, ancora una volta, un’altra vita è stata data sul campo di battaglia. Vedi di nuovo le lacrime del padre e della madre, dei figli, della moglie. Di fatto, un’altra famiglia rimarrà ferita dalla guerra.

— Ha qualche principio direttivo per se stesso come cappellano?
— Prima di tutto — la preghiera personale, privata. Inoltre, è molto importante per me la confessione regolare: cerco di confessarmi almeno una volta a settimana, talvolta anche più spesso.
Riguardo al servizio, specialmente quando si tratta di incontri con le famiglie dei caduti o alla partecipazione alle preghiere di suffragio, ho una regola per me stesso: non dire mai frasi come «andrà tutto bene» oppure «vi capisco».
Perché in realtà non posso capire fino in fondo una madre che ha perso il figlio.
Quindi in questi momenti la cosa più importante è semplicemente essere accanto alla persona, ascoltare e pregare insieme.

— Ogni ultimo saluto è doloroso, tuttavia c’è stato un caso che l’ha toccata particolarmente o che le è rimasto impresso?
— La cosa più difficile — quando al funerale sono presenti bambini piccoli. Il momento particolarmente doloroso — la consegna del vessillo ucraino alla famiglia. A questo non ci si abitua. Per quanto «preparato» tu sia da un gran numero di funerali, il dolore umano prevale comunque. In quel momento è difficile essere presenti, fa male guardarlo…
Tra i funerali più pesanti per me ci sono stati quelli di due miei compagni di classe.
Uno di loro — Vasyl Dovbush — è andato in guerra volontario. Quando era al fronte, ha scritto un testamento. In esso ha chiesto che, in caso di sua morte, il funerale si svolgesse nella Chiesa di Guarnigione e che fossi io a seppellirlo.

Quando sua sorella ha trovato il testamento, me ne ha inviato una foto. Ricordo che durante il Parastas (la preghiera per il defunto) non sono riuscito a recitare la preghiera — ero sopraffatto dal dolore.
É stato molto difficile rendersi conto che la persona con cui hai studiato, con cui avevi un rapporto — non tornerà mai più.

— Lei spesso svolge servizio al Cimitero Militare in via Lychakivska. Da dicembre 2025, le sepolture dei militari avvengono già in un nuovo luogo. Cosa prova quando vede comparire nuove file di tombe?
— Ricordo molto bene com’era questo campo prima della guerra — erba verde. Non avrei mai pensato che un giorno potesse essere coperto da tombe e bandiere.
Quando guardo la targa con la data di nascita e l’anno di morte del difensore, provo un profondo dolore: è un’altra vita distrutta dalla guerra. Sono di nuovo genitori rimasti soli che hanno perso l’unico figlio, giovani vedove, bambini piccoli orfani. Realizzo quante altre persone avrebbero potuto nascere da quei giovani ragazzi, quante di loro avrebbero potuto creare le proprie famiglie, portare tanto bene al loro paese.
Perciò il minimo che possiamo fare noi è pregare per loro e ricordare.

— Nonostante la guerra, nella Chiesa si svolgono battesimi, matrimoni, concerti di beneficienza. Sono, probabilmente, sacramenti non frequenti, ma si vivono in qualche modo in particolare?
— Nonostante nella chiesa i funerali avvengano quasi ogni giorno, una grande gioia per noi rimangono i sacramenti luminosi — il Matrimonio e il Battesimo.
L’anno scorso nella nostra chiesa si sono sposate più coppie militari che civili.

A volte accadono momenti molto simbolici: alle 11 — l’ultimo saluto di un militare, e già alle 12 — il battesimo di un bambino.
É un segno profondo del fatto che noi come nazione continuiamo a vivere. Il sacrificio del soldato, che un’ora fa salutavamo, — è un sacrificio per la vita, prima di tutto per far sì che nascano bambini.

— In questi anni di guerra, cosa per Lei testimonia la vita, persino accanto alla morte?
— La gioia più grande per me è la nascita dei bambini e il loro battesimo nella Chiesa di Guarnigione.
É molto toccante quando i soldati, tornati dal fronte o dalla prigionia, vengono a battezzare i loro figli. Recentemente, uno dei soldati che è sopravvissuto alla prigionia a Mariupol ha scritto: «Padre, potete congratularvi con noi? È nata una bambina. La battezzeremo nella Chiesa di Guarnigione».

In ogni nascita di un bambino c’è una testimonianza indiscutibile che siamo immortali, che gli ucraini, nonostante tutti i tentativi di distruzione, continuano a vivere…
Diana MotrukSegretariato dell’Arcivescovo Maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina (Roma) Foto dall’archivio personale di Don Andriy Kobylyuch




